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03/12/2017

 


Parkinson, testato un farmaco che potrebbe bloccarlo
SI CHIAMA exenatide il farmaco che potrebbe fermare il Parkinson. Attualmente in commercio per il trattamento del diabete mellito di tipo 2, l'exenatide è stato testato per la prima volta su pazienti affetti da questa malattia neurodegenerativa per la quale, purtroppo, l'unica terapia ad oggi disponibile si limita alla gestione dei sintomi, senza poter contrastare la morte delle cellule del sistema nervoso centrale. Lo studio, pubblicato su Lancet, e condotto nell'University College di Londra, ha coinvolto 62 pazienti e rappresenta il primo studio clinico per questo morbo con risultati così promettenti: il farmaco sembra aver fermato la progressione della malattia.

I risultati. A 60 settimane dall'inizio dello studio sperimentale, i ricercatori hanno effettuato delle valutazioni cliniche sulle capacità motorie secondo la Unified Parkinson's Disease Rating Scale, la principale scala di valutazione utilizzata per la prognosi di questa malattia: il gruppo di pazienti al quale era stato somministrato il farmaco sotto esame mostrava un punteggio migliore rispetto al gruppo di controllo (trattato invece con il placebo). "Questo è il primo studio clinico condotti su pazienti reali con Parkinson in cui i risultati hanno mostrato effetti positivi di tale portata - commenta Tom Foltynie, uno dei ricercatori che ha preso parte allo studio, alla Bbc - l'exenatide non solo è in grado di contrastare i sintomi del morbo, ma sembrerebbe fermare l'evoluzione della malattia. Dobbiamo essere entusiasti e sentirci incoraggiati da questi risultati, ma dobbiamo andarci anche cauti perché li dobbiamo replicare".
- Parkinson, cellule cervello riprogrammate per combatterlo

Cautela. Sebbene i risultati siano promettenti, è necessario sperimentare l'exenatide per un periodo di tempo maggiore: un farmaco davvero efficace deve poter 'trattenere' la malattia a lungo termine (un anno soltanto, infatti, è ancora poco). Agonista del recettore Glp-1 (Glucagone di tipo peptide-1), l'exenatide agisce su questo, attivandolo. Gli studiosi ritengono che, mediante tale attivazione, il farmaco possa indurre le cellule del sistema nervoso (tipicamente colpite dal Parkinson) a 'lavorare' con più efficacia, evitando in qualche modo la relativa morte cellulare. "Questo studio – afferma David Dexter, vice direttore della Brain Sciences and Scientific Director presso il Parkinson's UK - è stato probabilmente troppo breve per dirci se l'exenatide sia in grado di fermare la progressione della malattia, visto che il Parkinson progredisce gradualmente. Ma i risultati sono certamente incoraggianti per proseguire le analisi". Inoltre, poiché il farmaco è già presente in commercio (come terapia per il diabete), gli esperti mettono in guardia sia medici che pazienti a non utilizzarlo per il Parkinson "finché – precisa Brian Fiske, della Fondazione Michael J. Fox per la ricerca sul Parkinson - non si avranno maggiori informazioni in merito alla sua sicurezza e al suo impatto sulla malattia".

Il test. Lo studio è stato fatto con tutte le dovute accortezze sperimentali: dall'utilizzo del farmaco (metà dei pazienti ha ricevuto il farmaco, metà una soluzione detta placebo che non ha effetto terapeutico), alla randomizzazione del trattamento (prima della somministrazione del farmaco o del placebo, i 62 pazienti sono stati divisi in due gruppi in modo casuale), tutto effettuato in doppio cieco (né i pazienti né i medici che somministravano il farmaco, o il placebo, erano a conoscenza di queste informazioni), al fine di evitare l’invalidamento dei risultati. La terapia è stata effettuata mediante iniezione sottocutanea, una volta a settimana per 48 settimane, seguita da 12 settimane di interruzione.

Criteri di ammissibilità. Lo studio, registrato su ClinicalTrials.gov - il database dove vengono registrati i risultati di studi clinici pubblici e privati condotti in tutto il mondo -, ha coinvolto pazienti di età compresa tra 25 e 75 anni con Parkinson idiopatico ammessi secondo i criteri dettati dalla Queen Square Brain Bank.

La malattia. Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa cronica e progressiva, riguardante principalmente l'equilibrio e il controllo dei movimenti – tremori, rigidità e lentezza diventano sempre più evidenti. Col progredire della malattia, le cellule nervose presenti in alcune zone dell'encefalo, degenerano e con esse anche i livelli di dopamina nel cervello, un importante neurotrasmettitore fondamentale nella regolazione dei movimenti.

Il caffè protegge dal Parkinson?
Un nuovo studio smentirebbe anni di ricerche, indicando per il caffè un’azione cosiddetta di “causalità inversa”: in sostanza, chi sta sviluppando il Parkinson va incontro, ancora nella fase prodromica, a una minor tollerabilità per la caffeina
di Cesare Peccarisi

Chi beve caffè è meno a rischio di ammalarsi di Parkinson? Gli studi su questa ipotesi non si contano: nel 2012, un gruppo di ricercatori londinesi diretti da Alastair Noyce della University College di Londra ne contavano già 3.856, da cui ricavarono una metanalisi pubblicata sugli Annals of Neurology secondo cui grazie al caffè il rischio di sviluppare malattia di Parkinson cala dello 0,67%. Uno dei primi è stato uno studio pubblicato del 2000 su JAMA dai ricercatori del Department of Veterans Affairs di Honolulu diretti da Weber Ross, secondo cui 4-5 once di caffè (circa 4-5 tazzine) al giorno sembrano ridurre di 5 volte il rischio di Parkinson. L’effetto si presenta anche quando la caffeina non proviene dal caffè, ma da altre fonti, come per esempio alcune bevande. I ricercatori americani hanno cercato anche di capire se altre sostanze contenute nel chicco di caffè, come la niacina, potessero essere responsabili dell’effetto, ma non hanno trovato alcuna correlazione

AGEVOLAZIONI
In questi ultimi anni le leggi finanziarie si sono dimostrate sempre più sensibili ai problemi dei disabili ampliando e razionalizzando le agevolazioni fiscali previste per loro. In base al recente riordino della normativa, le principali agevolazioni sono:


Per i figli a carico

Per ogni figlio portatore di handicap fiscalmente a carico spetta una speciale detrazione dall’Irpef pari a 774,69 euro a prescindere dall’ammontare del reddito complessivo del genitore


Per i veicoli

la possibilità di detrarre dall’Irpef il 19% della spesa sostenuta per l’acquisto
l’Iva agevolata al 4% sull’acquisto
l’esenzione dal bollo auto
l’esenzione dall’imposta di trascrizione sui passaggi di proprietà


Per gli altri mezzi di ausilio e i sussidi tecnici e informatici

la possibilità di detrarre dall’Irpef il 19% della spesa sostenuta per i sussidi tecnici e informatici
l’Iva agevolata al 4% per l’acquisto dei sussidi tecnici e informatici
la possibilità di detrarre le spese di acquisto e mantenimento (quest’ultime in modo forfetario) del cane guida per i non vedenti
la possibilità di detrarre dall’Irpef il 19% delle spese sostenute per i servizi di interpretariato dei sordomuti


Per l'abbattimento delle barriere architettoniche

Detrazione d’imposta (del 36%) sulle spese sostenute per la realizzazione degli interventi finalizzati all’abbattimento delle barriere architettoniche


Per le spese sanitarie

La possibilità di dedurre dal reddito complessivo l’intero importo delle spese mediche generiche e di assistenza specifica per l’assistenza personale la possibilità di dedurre dal reddito complessivo gli oneri contributivi (fino all’importo massimo di 1.549,37 euro) versati per gli addetti ai servizi domestici e all’assistenza personale o familiare.


Le agevolazioni per il settore auto

Chi sono i disabili ammessi alle agevolazioni per il settore auto

L’area dei disabili che hanno diritto alle agevolazioni per il settore auto è stata notevolmente ampliata. In particolare, sono ammesse alle agevolazioni le seguenti categorie di disabili:

i non vedenti e sordomuti
i disabili con handicap psichico o mentale titolari dell’indennità di accompagnamento
i disabili con grave limitazione della capacità di deambulazione o affetti da pluriamputazioni
i disabili con ridotte o impedite capacità motorie.

I non vedenti sono coloro che sono colpiti da cecità assoluta o che hanno un residuo visivo non superiore ad un decimo ad entrambi gli occhi con eventuale correzione. In tale categoria devono comprendersi i disabili indicati agli articoli 2, 3 e 4 della legge 3 aprile 2001, n. 138. I citati articoli individuano esattamente le varie categorie di non vedenti, fornendo la definizione di ciechi totali, di ciechi parziali e di ipovedenti gravi. Per quanto riguarda i sordomuti, l’articolo 1 della legge n. 68 del 1999 definisce tali coloro che sono colpiti da sordità alla nascita o prima dell’apprendimento della lingua parlata. I disabili di cui ai punti 2 e 3 sono quelli che versano in una situazione di handicap grave prevista dal comma 3 dell’articolo 3 della legge n. 104 del 1992, che si ha quando la minorazione fisica, psichica o sensoriale - stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione - abbia ridotto l’autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione. In particolare, i disabili di cui al punto 3 sono quelli che versano in una situazione di handicap grave derivante da patologie (ivi comprese le pluriamputazioni) che comportano una limitazione permanente della deambulazione. La condizione di handicap grave deve essere certificata con verbale dalla commissione per l’accertamento dell’handicap (di cui all’art. 4 della citata legge n. 104/1992) presso la ASL. I disabili di cui al punto 4 sono coloro che presentano ridotte o impedite capacità motorie e che non risultano, contemporaneamente, “affetti da grave limitazione della capacità di deambulazione”. Solo per tale categoria di disabili il diritto alle agevolazioni continua ad essere condizionato all’adattamento del veicolo.


Per quali veicoli

Le agevolazioni previste per il settore auto possono essere riferite, a seconda dei casi, oltre che agli autoveicoli anche ai seguenti veicoli:

motocarrozzette
autoveicoli o motoveicoli per uso promiscuo, o per trasporto specifico del disabile
autocaravan (solo per la detrazione Irpef del 19 %).


Le altre agevolazioni

Maggiore detrazione per i figli a carico portatori di handicap

Dal 2002 è stata introdotta una particolare detrazione dall’Irpef in caso di figli portatori di handicap. La nuova detrazione, di 774,69 euro, spetta per ogni figlio fiscalmente a carico portatore di handicap (riconosciuto tale ai sensi della legge n. 104 del 1992), a prescindere dall’ammontare del reddito complessivo, in sostituzione di quella (di importo minore) che spetterebbe per lo stesso figlio in assenza dell’handicap. Si ricorda che per essere considerati fiscalmente a carico è necessario che il reddito personale complessivo, al lordo degli oneri deducibili e della deduzione per l’abitazione principale e pertinenze, non sia superiore a 2.840,51 euro. Tuttavia, ai fini del limite, non si tiene conto dei redditi esenti, come ad esempio le pensioni sociali, le indennità (comprese quelle di accompagnamento), gli assegni e le pensioni erogati ai ciechi civili, ai sordomuti e agli invalidi civili.


Agevolazioni IRPEF per alcune spese sanitarie e i mezzi d'ausilio

Le spese mediche generiche (es. prestazioni rese da un medico generico, acquisto di medicinali) e di assistenza specifica (resa da personale paramedico in possesso di una qualifica professionale specialistica, es. infermieri professionali o personale autorizzato ad effettuare prestazioni sanitarie specialistiche come prelievi ai fini di analisi e applicazioni con apparecchiature elettromedicali) sostenute dai disabili sono interamente deducibili dal reddito complessivo. Tali spese, inoltre, sono deducibili dal reddito complessivo anche se sono sostenute dai familiari dei disabili che non risultano fiscalmente a carico. È bene ricordare che in caso di ricovero di un portatore di handicap in un istituto di assistenza e ricovero non è possibile portare in deduzione l’intera retta pagata ma solo la parte che riguarda le spese mediche e le spese paramediche di assistenza specifica. A tal fine è necessario che le spese risultino indicate distintamente nella documentazione rilasciata dall’istituto di assistenza. Le spese sanitarie specialistiche (es. analisi, prestazioni chirurgiche e specialistiche), invece, danno diritto ad una detrazione Irpef del 19% sulla parte che eccede 129,11 euro; la detrazione è fruibile anche dai familiari quando il disabile è fiscalmente a carico (cioè quando il reddito complessivo, al lordo degli oneri deducibili e della deduzione per l’abitazione principale e pertinenze, non è superiore a 2.840,51 euro). Oltre alle spese viste in precedenza sono ammesse alla detrazione del 19%, per l’intero ammontare (senza togliere la franchigia di 129,11 euro) le spese sostenute per: trasporto in ambulanza del soggetto portatore di handicap (le prestazioni specialistiche effettuate durante il trasporto invece costituiscono spese sanitarie, e danno diritto a detrazione solo sulla parte eccedente i 129,11 euro); acquisto di poltrone per inabili e minorati non deambulanti e apparecchi per il contenimento di fratture, ernie e per la correzione dei difetti della colonna vertebrale.


DA www.parkinson.it
SABATO 18 NOVEMBRE ALLE H.16 PRESSO L' UNIVERSITA'CI SARA' UN INCONTRO CON LA DOTT,SSA POGLIANO,SULL' ALIMENTAZIONE PER I MALATI DI PARKINSON,SIETE TUTTI INVITATI A PARTECIPARE!!!

http://www.parkinsonlive.it/pd-watch-sintomi-parkinson/
PD-WATCH, il dispositivo che monitora i sintomi del Parkinson
Controllare minuto per minuto i sintomi motori del Parkinson oggi è possibile. PD-WATCH riesce anche a distinguere i movimenti “normali” da quelli causati dalla malattia.

Biomedical Lab è un’iniziativa che nasce in Basilicata. Riguarda la realizzazione di soluzioni innovative in ambito biomedico per migliorare la vita delle persone. Ad esempio il PD-WATCH, dall’inglese “Parkinson’s disease watch”, l’orologio per la malattia di Parkinson.

«Abbiamo ascoltato le esperienze di alcuni pazienti e ci hanno raccontato che le visite neurologiche hanno una durata limitata. Inoltre, possono essere effettuate solo alcune volte all’anno». Lo racconta a Parkinson Live Luigi Battista, l’ingegnere biomedico che ha inventato il dispositivo.

«I pazienti ci facevano notare che oggi è possibile monitorare lo stato di salute del paziente parkinsoniano solo durante l’esame medico. Però, la gravità dei sintomi motori può variare notevolmente durante la giornata e da un giorno all’altro» continua l’Ing. Battista.

«Per questo motivo abbiamo inventato PD-WATCH, un dispositivo indossabile, simile ad un orologio da polso. Così sarà possibile monitorare i principali sintomi motori della malattia di Parkinson in ogni momento della giornata e in qualunque posto si trovi il paziente» spiega Luigi Battista.
ll PD-WATCH è stato progettato per diversi scopi:

permettere di supportare la diagnosi della malattia di Parkinson in soggetti a rischio
monitorare il decorso temporale della malattia
quantificare gli effetti terapeutici del piano di cura in atto.

Grazie alla misurazione dell’efficacia dell’azione terapeutica, il PD-WATCH consentirà di individuare, per ciascun paziente, la migliore terapia possibile in grado di ridurre al minimo i sintomi motori.

Il PD-WATCH fornisce anche un riepilogo dell’intero monitoraggio per effettuare un confronto tra vari monitoraggi eseguiti in giorni differenti. Così è possibile verificare eventuali progressi e vedere subito la risposta.
LE TECNOLOGIE INDOSSABILI E GLI SMART-WATCH PER IL PARKINSON
Negli ultimi mesi si è sentito molto parlare dell’impiego degli smart-watch per migliorare la vita dei pazienti con Parkinson. Ad esempio il progetto “Emma Watch” proposto da Microsoft e lo studio dell’Università Campus Bio-Medico. Ing. Battista, che differenze ci sono con il PD-WATCH?

«Sono dei progetti fantastici e siamo accomunati anche dal fatto di voler sviluppare delle soluzioni innovative per migliorare la vita delle persone. Emma Watch è un dispositivo che ha un meccanismo che contrasta il tremore. Invece, il nostro PD-WATCH effettua un monitoraggio continuativo e a lungo termine di vari sintomi motori: tremore, discinesie e bradicinesia. Sono due strumenti differenti con finalità differenti.

Oggi si parla molto di come potrà migliorare la terapia DBS grazie all’introduzione dell’aDBS (adaptiveDBS). In estrema sintesi, si sta cercando di utilizzare dei sistemi di monitoraggio per adeguare i parametri della stimolazione DBS in tempo reale e sulla base delle condizioni del paziente in quel preciso istante di tempo. Ciò consentirebbe di evitare che la stimolazione possa sopprimere anche l’attività neuronale fisiologica oltre a quella patologica.

Chissà, magari un giorno il PD-WATCH potrà essere utilizzato insieme o in combinazione a questi dispositivi terapeutici. Questo potrebbe migliorare la modalità con cui interviene l’azione terapeutica».

L ' INCONTRO DEL18 NOVEMBRE HA AVUTO UN GRANDE SUCCESSO E VISTO LA PARTECIPAZIONE DI UN FOLTO PUBBLICO INTERESSATO AI TEMI PROPOSTI.OLTRE ALLA DOTT.SSA POGLIANO CI SONO STATI ALTRI INTERVENTI DA PARTE DEL DOTT.SYEFFANELLI,DEL PROF.CHIABRERO,CHE HA CONDOTTO L' INCONTRO SAPIENTEMENTE L' INCONTRO, DI MARCO BOIDO, DI FABIO PUNGITORE, RISPETTIVAMENTE NEUROPSICHIATRA E FISIOTERAPISTA.
L' APA RINGRAZIA PER LA PARTECIPAZIONE E PENSA GIA' AD UN ALTRO EVENTO!!!

é Vero che un prodotto naturale la mucuna pruriens potrebbe sostituire la terapia che si usa per il parkinson?

Soffro di malattia di Parkinson e ho sentito dire che un prodotto fitoterapico,la Mucuna pruriens, potrebbe sostituire i farmaci che assumo attualmente. Ma è vero?

Le rispondo partendo da un antefatto. Da una decina d’anni seguiamo pazienti parkinsoniani in Africa, in particolare in Ghana e Zambia. I malati di queste aree del mondo hanno sia difficoltà diagnostiche, perché i neurologi in questi due Paesi si contano sulle dita di una sola mano, sia, soprattutto, di accesso alla terapia. La malattia di Parkinson in Africa è poco conosciuta e le farmacie, specie al di fuori delle grandi città, sono poco fornite di medicine utili. Quando la diagnosi è fatta, il costo del farmaco, che oscilla tra i 50 e i 60 dollari al mese, è proibitivo per oltre l’80% dei pazienti. Con la Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson abbiamo condotto studi di tipo genetico, epidemiologico e clinico per capire se la malattia è effettivamente presente in quelle aree sub-sahariane e se è uguale a quella del resto del mondo. Questo contatto con pazienti appena diagnosticati implicava il dovere morale di dar loro almeno la levodopa, cioè il farmaco principale per la cura di questa patologia.

In molte parti dell’Africa la semplice ricettazione non serve a nulla, il paziente deve essere rifornito dei farmaci altrimenti non sa dove trovarli, né ha risorse per comperarli. Pensavamo di arruolare al massimo un centinaio di pazienti, ma nell’arco di pochi anni ci siamo trovati ad affrontare oltre 600 malati con oneri insostenibili per la Fondazione Grigioni. È stato a questo punto che abbiamo cercato un’alternativa. Nei Paesi tropicali di tutto il mondo cresce la Mucuna pruriens: una pianta erbacea che produce una specie di fava-fagiolo che contiene levodopa. La Mucuna è utilizzata in India dalla medicina ayurvedica da migliaia di anni, forse anche per il Parkinson e dall’industria farmaceutica come una delle fonti naturali di levodopa. Studiando una trentina di specie diverse, ne abbiamo identificato una che contiene circa il 5% di prodotto, facile da reperire sia in Africa che in Sudamerica. Il costo è bassissimo: 3-4 dollari per un sacco di 50 chili. Con colleghi boliviani, abbiamo messo a punto una preparazione semplicissima, che richiede solo una padella, un macinino o un mortaio. Dodici semi contengono circa 500 mg di levodopa, una delle tre dosi giornaliere. La levodopa da sola (cioè non accompagnata da un inibitore della sua degradazione, come avviene nelle formulazioni farmaceutiche) deve essere utilizzata a un dosaggio 4-5 volte maggiore rispetto ai preparati farmacologici. Se il paziente assume la giusta dose di Mucuna dopo 10-15 minuti si alza e sta bene per circa quattro ore.

Per stabilire dosi di efficacia e sicurezza nell’utilizzo della Mucuna, è stato necessario uno studio condotto con criteri scientifici: in doppio cieco randomizzato controllato. La polvere di Mucuna doveva cioè essere somministrata a un gruppo di pazienti, mentre un altro gruppo assumeva una preparazione senza Mucuna, ma indistinguibile dalla prima.I risultati sono stati pubblicati ad agosto di quest’anno sulla rivista Neurology e confermano che la Mucuna ha un’efficacia almeno pari al farmaco levodopa più inibitore delle decarbossilasi e dà meno effetti collaterali. Ora stiamo per pubblicare uno studio sulla tollerabilità e la sicurezza della cura anche a lungo termine. I risultati sono abbastanza buoni e tali da poter consigliare un trattamento continuativo a quei pazienti che non possono ottenere i farmaci. Dopo la pubblicazione di questi dati, abbiamo avuto richieste di utilizzo di questo preparato da parte di aree povere del mondo, ma anche da malati europei che preferiscono “curarsi con prodotti naturali”. Per un paziente italiano acquistare, preparare tutti i giorni e assumere tre volte al giorno una polvere sospesa in acqua non è sicuramente comodo, senza contare che la provenienza e la conservazione della semente potrebbero nascondere insidie, legate anche semplicemente al contenuto d’acqua nel fagiolo. Noi abbiamo la fortuna di abitare in un Paese con un servizio che, gratuitamente, fornisce farmaci che danno la massima garanzia al paziente. La Mucuna può essere acquistata su internet, con molti limiti: un prezzo generalmente esorbitante per i dosaggi contenuti (bassi rispetto a quelli necessari, perché il preparato può essere venduto solo come integratore e non come farmaco) e la provenienza che è, per lo più, incerta. Questi fattori la rendono sconsigliabile.
da il corriere della sera del 26 novembre 2017

 

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